Cultura ed Eventi

Fossalta di Piave, gli alunni del “Mattei” intervistano Olga Neerman

27 Gennaio 2022

Il 27 gennaio del 1945 l’Armata Rossa entrava nel campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia, mostrando al mondo gli orrori della Shoah, consumati lì come in tanti altri posti. Proprio questa data è stata quindi scelta per non dimenticare quegli orrori.

Per tenere viva la memoria le storie sono importanti, in particolar modo quelle dei sopravvissuti, che sulla propria pelle hanno vissuto tragedie inaudite.

Ne dà solo lontanamente l’idea questa frase, incisa da un prigioniero ebreo su una parete del campo di concentramento di Auschwitz: “Se Dio esiste, dovrà chiedermi perdono”.

Un periodo storico drammatico, che non va dimenticato, ma spiegato, anche ai più giovani. Perché il passato non si ripeta.

Partendo da questo presupposto, i ragazzi della Web TV dell’IIS Mattei di Fossalta di Piave, hanno voluto intervistare una persona che ha vissuto quel tragico periodo: Olga Neerman, membro dell’Associazione Figli della Shoah e autrice del libro “Ebrei per caso”, che scappò da Venezia assieme alla famiglia per sottrarsi alle persecuzioni razziali.

«Dopo l’8 settembre, quando abbiamo visto i tedeschi venire anche nella nostra isola felice del Lido – racconta Neerman ai giovani –, tutti noi ebrei abbiamo capito che era il momento di fuggire. Prima quasi ci eravamo illusi, ci sembrava impossibile che in Italia potessero succedere certe cose».

C’è incredulità, nella memoria e nelle parole di Olga, verso la capacità dell’uomo di compiere atti tanto inumani.

«L’indifferenza, alle volte, equivale alla crudeltà – risponde alla domanda dei ragazzi se sia più comprensibile l’indifferenza della gente o la crudeltà di chi seguiva gli ordini –. Ma l’indifferenza era anche di quelli che eseguivano gli ordini, perché sapevano a che cosa si andava incontro. Soprattutto l’indifferenza è stata quella di vedere che molta gente ha girato la testa. Nel mio percorso però ho trovato delle persone, tre angeli, che non hanno girato la testa, e la loro è stata una scelta. Una scelta interiore e umana».

L’emozione che ha provato quando tutto finì?

«Non è finito tutto all’improvviso. Il giorno della liberazione, non ha fatto tornare tutto alla normalità. C’era la guerra, che aveva distrutto tutto, l’Italia era da rifare, la gente che era al fronte, nei campi di sterminio, ecc. non li vedevamo più tornare. Il momento in cui gli angloamericani sono entrati a Venezia è stato un momento di euforia enorme. Io la chiamo di “ubriacatura”. Perché ci sembrava impossibile poter uscire per le strade, camminare senza il terrore che qualcuno ti fermasse».

“Le generazioni future saranno in grado di preservare e tramandare il ricordo di questi orrori, a chi verrà dopo di loro?” chiedono i ragazzi a Olga.

«Fare memoria significa anche ragionare. Io non so se le generazioni future siano capaci di farsi carico di queste cose. Lo spero. Sta a voi ragazzi. Siete voi quelli che dovete portare al domani, e soprattutto guardare all’oggi. Perché le cose avvengono talmente lentamente che mentre le vivi non te ne accorgi. Siete voi che dovete avere gli occhi aperti e sapere come distinguere il bene dal male».