Cultura ed Eventi

Jesolo, il cardinale Pizzaballa lancia un appello alla pace in Terra Santa

9 Luglio 2026

La pace in Terra Santa non arriverà in tempi brevi, ma la speranza non può essere abbandonata. È il messaggio forte e carico di umanità che il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, ha consegnato ieri sera alla comunità di Jesolo, dove è intervenuto insieme al patriarca di Venezia Francesco Moraglia in una serata che ha unito preghiera, testimonianza e riflessione sul dramma del conflitto israelo-palestinese.

Dopo la Messa solenne celebrata nella chiesa di Santa Maria Ausiliatrice, l’incontro si è spostato in piazza Mazzini, davanti a un pubblico numeroso e alla presenza di autorità civili e militari. Pizzaballa ha portato la sua esperienza diretta dalla Striscia di Gaza, descrivendo una situazione umanitaria ancora gravissima. «La fame non è più quella dei mesi scorsi, ma mancano completamente le infrastrutture, le scuole, un adeguato supporto psicologico per i bambini e ospedali pienamente funzionanti. Durante la guerra si viveva per sopravvivere, oggi le persone iniziano a chiedersi come sarà possibile ricostruire il proprio futuro».

Il patriarca ha ricordato come le ferite lasciate dal conflitto siano prima di tutto umane. «La pace non arriverà presto. L’odio, la deumanizzazione e le ferite impresse nell’animo delle persone richiederanno molto tempo per essere guarite. Ma sotto le macerie sta crescendo una nuova generazione di uomini e donne che rifiuta la violenza ed è pronta a mettersi in gioco per la pace. Saranno loro a sanare queste ferite profonde».

Pizzaballa ha quindi invitato a non lasciarsi travolgere dal cinismo e dalla rassegnazione. «Come cristiani dobbiamo spezzare il circolo vizioso dell’odio, della violenza e della vendetta. È sempre possibile cambiare, ma bisogna essere disposti a rischiare qualcosa». Pur riconoscendo che il tempo della riconciliazione è ancora lontano, ha ricordato come in Israele e Palestina esista una parte della società civile, soprattutto tra i giovani, che continua a rifiutare la guerra e a credere nella convivenza. «Anche a Tel Aviv migliaia di ragazzi manifestano chiedendo la fine della guerra e della violenza. Oggi non è il loro momento, ma arriverà il tempo in cui saranno proprio queste persone a costruire la pace».

Fondamentale, secondo il cardinale, sarà imparare ad ascoltare davvero l’altro, comprenderne la storia e le sofferenze. «Il dialogo non può trasformarsi in uno slogan. Ha bisogno di contesti, credibilità e della capacità di mettersi in ascolto, senza proiettare sull’altro le nostre aspettative». Ha inoltre messo in guardia dalla convinzione che la forza possa rappresentare l’unica risposta ai conflitti. «Si pensa che quando si lotta per la sopravvivenza tutto sia concesso, ma non è così. La deumanizzazione porterà alla rovina dell’uomo prima ancora che delle infrastrutture».

Infine, un invito rivolto anche a chi vive lontano dai luoghi della guerra. «Possiamo fare tre cose: tenere alta l’attenzione, perché ciò di cui non si parla finisce per scomparire; pregare, non perché la preghiera cambi gli eventi, ma perché cambi il nostro modo di guardare la realtà; e creare occasioni di incontro, confronto e informazione». Un messaggio accolto con un lungo applauso, che ha indicato nella pace una responsabilità condivisa e nella speranza il primo passo verso quella ricostruzione materiale e umana che, quando le armi taceranno, sarà la sfida più difficile.